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Consulenza Tecnica d'Ufficio

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Le caratteristiche del CTU

Il CTU, nella configurazione del vigente codice di procedura civile, si caratterizza per due aspetti salienti:
- sotto il profilo soggettivo: il consulente opera accanto al giudice (Cass. Sez. Unite Sent. 4.11.96 n. 9522);
- sotto il profilo oggettivo: il ruolo del consulente è quello di assistere il giudice; l'assistenza può protrarsi per l'intera durata del giudizio e non deve necessariamente tradursi nella redazione di un elaborato scritto.

In sintesi, la consulenza è un rapporto di collaborazione nel senso che il consulente tecnico d'ufficio non è un soggetto che si limita a "guardare e riferire", ma che "affianca" il giudice e lo assiste per tutta la durata del processo.

Il CTU da un lato suggerisce al giudice la regola tecnica che questi non conosce e di cui necessita per valutare i fatti, dall'altro formula un giudizio di natura tecnica e decide, quindi, un frammento di controversia.

L'attività di giudizio del CTU

L'attività di giudizio dell'esperto del giudice va rettamente intesa nello schema logico di risoluzione di una controversia:
1. accertamento dei fatti allegati dall'attore o dal convenuto in via riconvenzionale (cioè ricostruzione della fattispecie concreta:
momento analitico):
2. valutazione dei fatti alle luce della fattispecie astratta della legge (cioè assunzione della fattispecie concreta nella fattispecie astratta:
momento sintetico);
3. emissione del giudizio (individuazione della regola concreta da applicare, per realizzare la "giustizia del caso concreto").

Il CTU interviene sempre e solo nel momento analitico della decisione, non in quello sintetico, e ciò anche nel caso, cosiddetto di
consulenza percipiente, in cui egli sia chiamato non solo ad eccertare i fatti, ma anche a fornire valutazione di fatti già acquisiti al processo. Difatti, il suo compito è quello di collaborare con il giudice alla ricostruzione della fattispecie concreta nella sua esatta realtà fenomenica; è invece compito solo del giudice di individuare la fattispecie astratta alla quale ricondurre il caso concreto e di ricavare la regola di giudizio da applicare nel caso di specie.

La funzione della consulenza tecnica

La consulenza tecnica d'ufficio non rientra tra i mezzi doi prova. Essa, secondo l'orientamento dominante, è un mezzo istruttorio, che svolge una duplice funzione:
1. integra le cognizioni tecniche del giudice, di cui questi non dispone;
2. consente di acquisire fatti rilevanti in tutti i casi in cui tale acquisizione si presenti difficoltosa per la complessità della ricerca, dell'esame o di ogni altra attività.

Nel primo caso, la consulenza presuppone l'avvenuto espletamento dei mezzi di prova e ha per oggetto la valutazione di fatti, i cui elementi sono già stati completamente provati dalle parti (
consulente deducente).

Nel secondo caso, invece, la consulenza può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova, cioè un vero e proprio mezzo di prova, senza che questo significhi che le parti possano sottrarsi all'onere probatorio e rimettere l'accertamento dei propri diritti all'attività del consulente; in questo modo è necessario, infatti, che la parte quanto meno deduca il fatto che pone a fondamento del proprio diritto (onere di allegazione dei fatti costitutivi del diritto) e che il giudice ritenga che il suo accertamento richieda cognizioni tecniche, che egli non possiede o, comunque, che la prova del fatto, costitutivo della pretesa, sia impossibile o estremamente difficile (
consulente percipiente).

Poiché la consulenza è un mezzo istruttorio e non un mezzo di prova, può essere utile precisare in che modo sono raccolti i fatti di prova nel processo.

La prova, nel processo civile, è regolata da tre principi:
- art. 2697 cod. civ.: onere a carico delle parti (regola sostanziale di giudizio);
- art. 115, comma 1, cod. proc. civ.: principio dispositivo;
- art. 116 cod. proc. civ.: principio del libero convincimento del giudice (ad eccezione delle cosiddette prove legali).

I mezzi, attraverso cui le parti possono fornire la prova dei fatti da esse allegati, sono:
1. i documenti (cioè atti rappresentativi di fatti rilevanti ai fini di causa): atto pubblico e scrittura privata (più altri "oggetti", che non sono documenti in senso stretto, come le fotografie, le registrazioni sonore, visive, informatiche, ecc.);
2. i testimoni;
3. la confessione (che si provoca con il codiddetto interrogatorio formale o interpello);
4. il giuramento decisorio.

Inoltre, il giudice può ritenere aggiunta la prova di un fatto sulla base delle presunzioni (art. 2727 cod. civ.).

L'attore che si rivolge al giudice deve allegare i fatti, su cui si fonda la sua domanda e fornire la prova di essi; il convenuto può:
- svolgere mere azioni di carattere difensivo;
- sollevare eccezioni in senso stretto;
- proporre domanda riconvenzionale.

Nel secondo e terzo caso il convenuto è tenuto ad allegare i fatti, su cui si fondano l'eccezione o la domanda riconvenzionale e, alla pari dell'attore, fornire prova di essi.

Ad esclusione di quelli noti e di quelli non controversi, i fatti devono essere provati dalle parti (divieto della cosiddetta scienza privata del giudice).

Tornando al lavoro del consulente, qualora il giudice ritenga di condividere le conclusioni, non ravvisandovi vizi di forma e di motivazioni, non deve in alcun modo giustificare tale fatto essendo sufficiente riferirsi ad esso nelle proprie motivazioni che assumerà nella decisione della causa.

Discorso diverso deve farsi qualora il giudice non condivida le conclusioni dell'esperto, poiché non sufficientemente motivate o carenti di elementi probatori o comunque poco convenienti.

In tal caso il giudice ha il dovere di assumere decisioni motivando il suo diverso convincimento e anche enunciando gli elementi di indagine e i criteri logico-giuridici dimostranti la erroneità della consulenza tecnica: ossia, in buona sostanza, dovrà scendere in valutazioni di tipo tecnico-scientifico al fine di confutare sul proprio terreno l'operato del consulente.

L'autonomia del giudice viene riaffermata in modo chiaro anche dal fatto che egli, nel caso che la consulenza tecnica di parte presentata da una parte sia motivata, esaustiva e circostanziata in ordine ai fatti della causa, può basarsi su di essa per decidere la causa.; ciò tuttavia non significa che nel caso che dissenta da essa debba motivare.

Anche nel caso che la consulenza tecnica d'ufficio venga criticata dalle parti in modo circostanziato e dettagliato, il giudice deve motivare in modo preciso il proprio convincimento ancorché non abbia disposto la chiamata a chiarimenti dell'esperto laddove queste critiche si sostanziavano in disapprovazioni strumentali e generiche; infatti, in presenza di censure, però puntuali, dettagliate e motivate delle parti all'opera dell'esperto, il magistrato non può sfuggire al proprio onere di motivare.



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